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Le reali ferriere di Mongiana





Il distretto siderurgico delle Calabrie comprendeva essenzialmente le miniere di ferro di Pazzano e il polo siderurgico di Mongiana-Ferdinandea.

Le miniere di Pazzano si trovavano distanti 12 Km circa in linea retta dalla marina di Monasterace sullo Ionio.

Ferdinandea si trovava anch’essa sul versante Ionico ma più a nord della miniera, in mezzo a boschi di faggio e di abete, situata sulla vetta dell’Appennino che domina i versanti Ionico e Tirrenico intorno a 1000 metri sopra il livello del mare.

A Mongiana, a seguito della realizzazione degli stabilimenti metallurgici, si costituì un agglomerato urbano di oltre mille abitanti (divenuto comune nel 1852) che dipendeva esclusivamente dalle attività industriali che li si svolgevano.

Mongiana comunicava con la marina del Tirreno, presso Angitola poco a Nord di Pizzo, per mezzo di un tronco di via carrettiera di 18 Km che toccava Serra San Bruno, Spadola, Brognaturo, Simbario e si immetteva al monte Cucco.

Mongiana distava 29 Km dalla miniera di Pazzano e 10 Km da quella di Ferdinandea e la comunicazione tra Mongiana, Ferdinandea e la miniera di Pazzano era possibile con strade appena abbozzate e impraticabili ai carri.

Tutto il complesso industriale era di proprietà del governo e venne amministrato alternativamente dal Ministero delle Finanze e da quello della Guerra e della Marina.

Mongiana era situata in una valle granitica a circa 1000 metri sopra il livello del mare. Le sue officine non erano assemblate in un solo stabilimento ma distribuite per una lunghezza di oltre 2,5 Km lungo i fiumi Ninfo e Allaro.

Lo stabilimento era composta da due fucine con il relativo maglio collocato in due edifici sovrapposti lungo il Ninfo e con due cadute di 9 e 10 metri. Nel villaggio vi era una Fabbrica d’Armi composta da tre edifici attigui, su un terreno in pendio, con ruote idrauliche mosse pure dalle acque del Ninfo e dell’Allaro con una totale caduta di 23 Metri.

Nelle vicinanze vi era la fonderia di Ferdinandea, una officina di staffatura per la produzione di opere di getto in particolare proiettili, ed una terza nella quale (dopo l’unificazione) si fabbricavano stadere, pesi e misure metriche.

La Fabbrica d’Armi (realizzata prima dall’ingegnere Latour nel 1809 e poi rimodernata dall’ingegnere Savino nel 1852) è caratterizzata da due colonne in ghisa mentre all’interno erano collocate le officine dove i forgiatori producevano canne da fucile, spade e baionette. La fonderia comprendeva inoltre magazzini per carbone e minerali, fucine, carpenteria e depositi.


Oltre agli stabilimenti, a Mongiana vi erano 22 edifici di cui uno adibito ad uffici e venti erano casa d’abitazione, tre caserme per i manovali e un quartiere per i militari.

Il complesso degli edifici era situato in un luogo scosceso e quindi non molto confortevole. Posto sopra il villaggio si trovava l’officina dei maglietti o degli stendini per tirare il ferro in dimensioni sottili necessari soprattutto per la produzione di armi.

Scendendo di un chilometro lungo la valle vi erano una prima raffineria con due fuochi, due maglietti e una fucina per opere grosse come ancore catene e simili. Un altro chilometro più in basso esisteva una seconda raffineria con altri fuochi simili. Un’altra officina molto grande con treni di cilindri per tirare il ferro era stata costruita ancora più a valle (distrutta insieme ad altre piccole raffinerie nel 1855 da una straordinaria inondazione).

Gli altiforni erano Santa Barbara, San Francesco e San Ferdinando, ventilati da una macchina a vapore, e producevano intorno a 50.000 cantàra di ferro fuso all’anno (un Cantaio equivaleva a 89,8 Kg.).

I forni San Ferdinando e San Francesco vennero ricostruiti nel 1854 e 1855 sul modello Thomas e Laurent che consisteva in una specie di torre rotonda. Dopo l’unità d’Italia vennero ribattezzati Cavour e Garibaldi.

Questi forni occupavano poco spazio, erano di pronta esecuzione, il rivestimento inferiore era fatto di pietre steatite e la sacca in alto con mattoni refrattari inglesi rafforzati da cerchioni in ghisa o ferro.

L’aria vi s’immetteva tramite diversi ugelli provenienti da 32 trombe idro-eoliche. Il riscaldamento durava una ventina di giorni per il forno di tipo vecchio. Dopo aver riscaldato il forno si cominciava con piccole cariche, cioè due quintali di carbone e quintali 0,80 di minerale a cui si univa un 25% di marna unitamente a qualche chilogrammo di scorie.

Successivamente il minerale di ferro veniva integrato fino a raggiungere tre quintali.

L’altoforno Santa Barbara, come il Sant’Antonio di Ferdinandea, era di tipo antico con forma esterna a parallelepipedo di pietra granitica. Il rivestimento interno era di pietra steatite quarzifera e l’aria vi era immessa tramite due augelli laterali.

La Ferdinandea era situata non lontano dalla miniera di Pazzano, in mezzo alla foresta di Stilo, e conteneva un solo altoforno, il Sant’Antonio, soffiato da trombe idroeoliche, usato per la fusione della ghisa.

Il complesso siderurgico di Ferdinandea era costituito da un altoforno e diversi fabbricati ad uso di alloggio, alcune officine, dei magazzini, una segheria ed una chiesa e da 8 ferriere. L’acqua motrice proveniva per mezzo di canali da tre valloni dei vicini monti di San Nicolò, Ruggiero e Fulè.

L’acqua era abbondante d’inverno (spesso anche più che a Mongiana) sebbene più scarsa nelle altre stagioni. La caduta sui cui erano stabilite le trombe era di circa sedici metri e il volume misurato dopo le piogge era di 1,25 metri cubi al secondo.

Tale volume aveva durata di 4 o 5 mesi a secondo la maggiore o minore caduta delle piogge o delle nevi. Durante l’estate la potenza idraulica era scarsa forse di cinque o sei cavalli soltanto.

La produzione normale dei forni di Mongiana e Ferdinandea consisteva in ghisa bigia più o meno scura e la sua grana sembrava una media tra quella delle ghise di Francia a carbon vegetale e quella di Glasgow.

Dal 1840 alcuni accorgimenti tecnici consentirono di ridurre il consumo del carbone per la produzione di ghisa di quasi la metà.